Così dalle lattine si ricava una bicicletta
MILANO - Con 13 barattoli (vuoti) di pelati si ottiene una padella, 7 scatolette di tonno piccole possono diventare un vassoio, 800 lattine di Coca Cola o di birra si trasformano in una bicicletta, 130 ne servono per un monopattino, 37 per una moka da 3 tazze. La carta, poi, è una grande eco-alleata, grazie alla raccolta differenziata di carta e cartone si risparmiano ogni anno in Italia emissioni nocive equivalenti al blocco totale di tutto il traffico per una settimana. Lo smaltimento di carta e cartone dal 1998 al 2008 equivale alla portata di 170 discariche di medie dimensioni che non sono mai state riempite. Anche il legno (da una cassetta un attaccapanni), il vetro (una bottiglia da una bottiglia) e naturalmente la plastica (27 bottiglie per una felpa di pile) fanno la loro bella figura ambientalista. Raccolta differenziata e riciclo vanno a braccetto. Una ricerca del Conai (Consorzio nazionale imballaggi) ha sondato la sensibilità dei cittadini su questi temi e ha scoperto, con 2.500 interviste tra uomini e donne tra i 15 e i 74 anni di tutte le regioni italiane, che il 95,6 per cento considera tutela ambientale e riduzione dell’inquinamento valori condivisi mentre cresce la pratica della raccolta differenziata, considerata uno dei mezzi per fare qualcosa di concreto: più 6,5 per cento nel 2009 rispetto al 2008 (dall’86,5 al 93 per cento) e più 17,4 per cento rispetto al 2003 (dal 75,6 al 93 per cento).
I NUMERI - Ma quanti italiani fanno bene la raccolta differenziata? «Il cittadino fa bene se è ben guidato», dice il presidente del Conai, Piero Perron. «Una buona raccolta differenziata si fa quando c’è un’amministrazione pubblica efficiente che sa comunicare ai cittadini come fare. Quando questo accade, la risposta della gente è sempre positiva. Al Sud, che ha forti ritardi rispetto alle regioni settentrionali, lì dove il Comune ha organizzato il porta a porta come a Salerno, nel giro di due anni la raccolta differenziata è cresciuta del 75 per cento». Al Conai aderiscono tutte le aziende (sono un milione e mezzo) che hanno a che fare con gli imballaggi. Tutte interessate al processo raccolta differenziata- riciclo. Il consorzio si finanzia con una percentuale che le aziende versano direttamente e che aggiungono al prezzo finale del loro prodotto, quindi è il cittadino a pagare. Lo scorso anno sono stati immessi al consumo più di 12 milioni di tonnellate di imballaggi. «In totale il Consorzio raccoglie 350 milioni di euro all’anno — spiega Perron — ai quali si aggiungono 50 milioni che derivano dal valore dei materiali destinati al riciclo. Questi soldi per i due terzi vanno ai Comuni, i quali vengono retribuiti dal Conai in relazione ai materiali che il Comune raccoglie».
I SOLDI - In questo momento quei due terzi vanno per buona parte al Nord, perché lì la raccolta differenziata è salita al 45 per cento mentre al Sud siamo a un terzo di quel valore, «anche se in alcune realtà, a causa dell’effetto Napoli, si stanno facendo passi da gigante», sottolinea Perron. È qui, tuttavia, che entra in ballo un aspetto di primaria importanza. L’altro terzo dei soldi del Conai viene impiegato per le operazioni di selezione e di invio al riciclo. Non fatevi incantare, però, dai numeri, sempre in crescita, della raccolta differenziata.
GLI OBIETTIVI - Se pure si arrivasse in tutta Italia all’obiettivo previsto dalla legge, che è del 65 per cento entro il 2012, il problema dei rifiuti urbani non sarebbe così risolto. Perché non basta raccogliere tanto, bisogna anche raccogliere bene. «Noi paghiamo molto alcuni Comuni e niente altri — continua Perron —. Se nella raccolta c’è oltre il 20 per cento di materie spurie, se i rifiuti non sono stati separati bene, noi possiamo non ritirarla e allora il Comune, che pure ha speso soldi per raccogliere, non avrà un euro e tutto andrà alla discarica o al termovalorizzatore. Anche una parte di quello che ritiriamo, cioè quanto non è stato separato bene, oggi finisce in discarica. A Milano meno del 20 per cento dei rifiuti urbani vanno in discarica, in Sicilia fino a due anni fa ci andava il 90 per cento». «Molto dipende da come le amministrazioni organizzano la raccolta — dice Umberto Arena, professore di ingegneria chimica alla facoltà di Scienze Ambientali a Caserta —. Io non credo che i milanesi siano più bravi dei napoletani o dei palermitani. A Caserta, per esempio, siamo passati da un misero 5 per cento al 55 per cento in pochi mesi.
LA QUALITÀ - Non basta poi raccogliere molto, bisogna anche (e soprattutto) raccogliere bene. Come faccio a sapere quanta plastica verrà effettivamente riutilizzata in quel sacchetto da un chilo che ho messo nel cassonetto della plastica? Conta solo il materiale effettivamente riciclato, cioè inviato a recupero di materia o di energia. È il riciclo infatti, e non la raccolta differenziata, che fa bene all’ambiente. Ma anche il riciclo non è la soluzione a tutto perché nessun materiale organico è riciclabile infinite volte e perché ogni operazione di riciclo richiede energia e materie prime e produce emissioni e rifiuti. Pur in presenza di una raccolta differenziata perfetta e portata al suo valore massimo, ci vogliono sia le discariche sia i termovalorizzatori».










